Dalle questioni familiari non si esce mai vivi.
Generazioni di rabbia e silenzi che si riversano su figli deboli che poi costruiscono famiglie che tentano di districare i nodi del passato e mettere pace.
Non mi fido degli abbracci delle persone anche se mi piacciono, perché conosco il distacco che possono nascondere. Non so sedere ad un tavolo che mi ricorda tante domeniche dell'infanzia senza pensare che io sono lì come se fossi figlia di nessuno. E non riesco a tollerare che le invettive di un vecchio vengano lasciate morire come farneticazioni di un pazzo.
Non riesco a non tentare di arrivare alla verità e questa è la mia condanna, perché forse tanti intrighi sono fatti per rimanere insoluti e morire con chi li ha causati.
Ma è impossibile guardarsi allo specchio senza chiedersi se il germe dell'incomunicabilità e dell'esaltazione non ci appartenga, se nel nostro sangue non ci sia la stessa pazzia che ha condannato tre generazioni ad inutili sofferenze e distacchi.
Il ballo mi perseguita.
Ogni tanto mi capita di intercettare una samba ed i miei piedi si muovo da soli.
Oppure dopo aver visto due spettacoli di Broadway ogni tanto vengo presa dall'istinto di emulazione e metto su il cd del fantasma dell'opera per darmi a danze scomposte e impresentabili.
Oppure sogno di coreografare un mio saggio di danza ed immagino i passi che meglio potrebbero sposarsi con la musica elettronica che amo.
Ad ogni modo c'è una ballerina frustrata dentro di me.
ogni tanto mi torna la voglia di scrivere,
ma poi mi passa.
Mi chiedo quando sono diventata un essere umano così orribile.
Sono le quattro e quaranta minuti.
Alle tre e mezza sono uscita da casa di K e sono passata al conbini a comprare le ultime stupidaggini da riportare a casa e poi ho preso la strada del dormitorio per l'ultima volta addentando un dolce alle castagne che adoro ed ascoltando il suono dei miei passi.
La casa è in disordine e devo ancora chiudere i bagagli, ma ormai è praticamente vuota e fatico a riconoscerla.
Alle sei meno un quarto mi avvierò verso la fermata dell'autobus e alle sei e sei minuti partirò per Mitaka, da cui adrò a Shinjuku, da cui andrò all'aeroporto di Narita.
Per ora bevo caffè cercando di rimanere sveglia e vago per internet come se niente fosse, guardando ogni tanto verso la sveglia che sta ancora sul comodino.
Sono ancora del tutto inconsapevole e impaziente di leggere le lettere che mi hanno lasciato i ragazzi, ma so che se le leggessi adesso la tristezza sarebbe davvero troppo e così ho deciso di farlo sull'aereo.
Alle undici e mezza sarò già in aria dritta verso la Siberia, chissà se ci sarà il sole.
Mi chiedo quando ho smesso di avere desideri.
DELLE MIGRAZIONI OLTREOCEANO E DEI LORO PREPARATIVI ALL'ALBA DI UNA DOMENICA DI MARZO
Ora che ho staccato tutto dalle pareti e che ho sgomberato e pulito accuratamente la cucina, mi guardo intorno e sono di nuovo al punto di partenza.
Sono di nuovo com'ero quel mattino di Aprile in cui carica di bagagli, distrutta dal viaggio e completamente sudata sono arrivata in questa stanza e mi sono ritrovata dentro a questa scatola bianca. Bianche le pareti, chiari i mobili, giallognolo il linoleum.
Alle sei del mattino ho deciso che era il caso di smettere di tentare di prendere sonno. Mi sono alzata ed ho aperto le tende, poi in piedi sul letto ho cominciato a staccare tutte le foto attaccate alla bacheca. Subito dopo sono passata alla bacheca sopra alla scrivania e ben presto tutto è tornato ad essere bianco.
Dopodiche ho deciso che era il turno della cucina e del mobile del frigorifero. Ho tolto tutto e pulito ogni scaffale, buttando kili di roba e ritrovando involucri e carte di ogni tipo.
Ora ho finito e non so bene che fare visto che stanotte la passeremo insonne per stare con S che domani parte ed io domani che è Lunedì dovrò essere attiva e sveglia per fare un sacco di cose che ovviamente ho rimandato all'ultimo.
Forse dormirò oggi pomeriggio per essere attiva stasera, mi sembra di essere tornata ai ritmi impazziti di dieci anni fa.
Anche oggi il tempo fa schifo.
Oggi siamo stati a Tsukishima ma non so esattamente perché. Non c'è niente oltre ai ristoranti di Monja yaki, una roba che sembra vomito e che non sa di niente e a cui fra l'altro è dedicata un'intera strada, e ai pochi rimasugli artchitettonici del bel tempo che fu.
Da lì ci siamo mossi verso il lungofiume del Sumida e siamo praticamente ritornati al punto di prima costeggiando il fiume. Di fatto ci trovavamo su un isolotto occupato interamente da altissimi palazzi residenziali e prati curatissimi. Anche la riva è curatissima e piastrellata e a me ha fatto pensare a quei film americani in cui una tipa biondissima e atletica corre con gli auricolari e gli occhiali da sole. Il tempo era orribile e cadeva una pioggia fitta e fastidiosa, nel crepuscolo si distinguevano solo le luci dei grattacieli e dei ponti dai colori sgargianti, mentre nel cielo con l'avanzare del buio le nuvole prendevano uno strano colorito rosa.
Siamo tornati alla metro e ci siamo divisi tutti, noi con H a Ichigaya per prendere un caffè di addio. Non c'eravamo mai stati, pare che una volta fosse il punto di raccolta dei locali delle geisha e forse lo è ancora. Abbiamo preso qualcosa in un posto un po' goffamente chic e poi ce ne siamo tornati alla stazione. Un altro saluto, H quasi commosso, io non lo so, non sento niente, ma mi ha comunque fatto uno strano effetto.
Ah che fatica, vabè facciamo che la giornata è finita così, va.
Ultimamente questo blog da un po' sul patetico, ma visto e considerato che non ci viene praticamente nessuno, che ho tutte le attenuanti visto che una partenza è sempre un grosso stress e visto soprattutto che il blog è mio e se voglio essere patetica è il posto più adatto per esserlo, ho deciso di fregarmene.
Andrà a finire che mi ritroverò recensita su kb.
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